domenica 28 novembre 2010

Waterbreather.



M.P.

Waterbreather di Brian Wood e Becky Cloonan, 4o episodio del secondo volume di DEMO si presenta come una storia semplice ma di grande effetto. La struttura narrativa è ciclica e senza fronzoli, con un preambolo e una chiusura al presente nel cui mezzo si sviluppa la vicenda vera e propria ambientata nel passato; è tuttavia notevole l'equilibrio delle tre parti. L'inizio è dominato dal senso di oppressione e a farla da padroni sono il rumore del traffico e la calura della strada, può quasi non sembrare così strano che qualcuno esca dalla propria auto e si getti nel fiume di sotto. Quasi.

Comunque trovo che nell'economia del prologo le quattro pagine che lo costituiscono abbiano una semplicità e un'eleganza che potrebbero far pensare ad un episodio a sé. Anche il concetto al centro della vicenda è piuttosto semplice: Colin, il protagonista, è un ragazzo che, in un'estate come altre, scopre di poter respirare sott'acqua. Data la presenza di bulli che lo prendono di mira nel campo estivo dove si trova con la sua famiglia, Colin sfrutta questa sua capacità per prendersi una rivincita. Se la storia si risolvesse solo in questo gli ottimi disegni e sopratutto ottimi inchiostri con cui è realizzata, nonchè il ritmo ben calibrato della narrazione, la renderebbero una lettura interessante, ma, probabilmente, non mi spingerebbero ad una seconda lettura. Invece c'è un elemento chiave della vicenda che rende la visione degli eventi, narrata in prima persona, decisamente più interessante e che può essere riassunta nel passaggio in cui Colin, tornando in superficie per la prima volta dopo aver scoperto di poter respirare sott'acqua, dice:

[...] breathing air again felt thin and insubstatial. Like I wasn't getting... enought.
That feeling would stick to me.




La capacità di Colin non è un bizzarro evento soprannaturale, un dono o un incidente, ma è parte della natura del personaggio. A questo bisogna unire un ambiente caratterizzato da una quotidianità rappresentata da più ombre che luci come lo stesso protagonista la descrive: Colin, infatti, parla del campo estivo come di un luogo squallido, "[a] shithole [...] just a slightly worse version of what we had at home". Solo quando il ragazzo si trova sott'acqua l'ambiente assume una connotazione positiva (molto bella la scena di pagina 15, in cui Colin cammina sott'acqua)
Questo fatto permette di comprendere maggiormente gli sforzi che Colin compie per comprendere la natura della sua capacità e mette a fuoco come, la vendetta contro i bulli sia per lui solo una questione di pareggiare i conti, ma un modo di mostrare quale sia il suo posto nel mondo. Non a caso la vicenda si conclude con Colin che, ammanettandosi ad un relitto sul fondo del fiume, afferma:

i'll never understand why this happened to me.
But despite the tragedy and the heartache, it's still the only time i've ever been so happy.
Between life and death.

Oltre quanto menzionato nelle righe precedenti sul fronte delle immagini, vorrei aggiungere che trovo lo stile di waterbreather fresco e ben calibrato nei suoi bianchi e neri, dotato di un'ottima composizione sia a livello di tavola che a livello di singole vignette. In particolare mi sono piaciuti gli effetti sottomarini, caratterizzati da bolle grandi e dense che sottolineano una volta di più il connubio tra il respiro e l'acqua



I. G.

Waterbreather è un fumetto in bianco e nero, come si può ben notare. Senza sfumature, senza troppi tratteggi.
Inchiostrato a pennello in maniera pulita ed efficace, a tratto medio-spesso. Le campiture di nero si riducono al minimo indispensabile per garantire un senso di profondità, ma mai esagerando sui neri, mai dando un'aspetto grottesco dove non serve.



Becky fa parte di quel genere di fumettisti che mischia manga al fumetto occidentale, lo si può vedere dalla sintesi applicata ai suoi personaggi (nonché l'uso, ma non l'abuso di neri, come è stato detto poco fa) e in generale del suo approccio al fumetto. Trovo interessante che dai suoi disegni esca un'atmosfera mista tra fumetto manga, underground con qualche spruzzata di supereroistico grazie al mix tra neri piatti e colori; mi ricorda un po' il tratto di HamletMachine, un'artista di fumetti yaoi piuttosto famosa/o in web. (Starfighter)

Se l'influenza manga si può notare nel tratto, non la si può trovare però nell'impostazione della tavola in generale e nella distribuzione nella narrazione, le quali sono assolutamente occidentali, ma a mio parere piuttosto efficaci. Le scene si susseguono con la giusta velocità, grazie al buon uso dei tagli orizzontali e delle inquadrature. Mi piace particolarmente la ciclicità che contraddistingue la vicenda, è un tipo di regia molto d'effetto (e anche molto cinematografico).

Questo fumetto è riuscito anche a trasportarmi abbastanza bene emotivamente, nonostante io sia abituata alla narrazione e all'umacentrismo tipico del fumetto giapponese e trovi generalmente un po' freddo il tipico protagonista del fumetto occidentale.

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