venerdì 25 febbraio 2011

Spirit in the Sky




M.P.

Daisuke Igarashi è uno dei miei autori preferiti in assoluto, quindi dovrete scusarmi se enfatizzarò diversi aspetti di questa sua opera.
Spirit in the sky è il racconto che da il titolo una raccolta di suoi racconti brevi pubblicata, in Italia, da edizioni star comics sotto storie di kappa nel 2007 (alcuni episodi erano stati precedentemente pubblicati su kappa magazine).
Narra la storia di Maki Kurito che un lunedì, camminando sovrappensiero, calpesta, uccidendolo, un piccolo di civetta. Lo spirito del piccolo uccello in cerca della madre si impossessa della ragazza, ma non è solo: anche un "grumo di forti sentimenti" appartenenti al padre, morto due mesi prima in un incidente, si nasconde nelle profondità del corpo di Maki. La ragazza inizia a sentirsi male e viene soccorsa da Miyoko, una ragazza posseduta dallo spirito di Rookie, il suo cane. Miyoko mostra a Maki i rischi che la possessione da parte di uno spirito implicano e che lei stessa incarna nel suo corpo deformato, quindi, grazie allo spirio del suono, sepolto in Rookie, libera Maki dalla possessione della civitta e delle emozioni del padre.



"Il corpo del pilcino ancora caldo...
...diventava a poco a poco freddo e si irrigidiva sempre di più.
Avevo l'impressione che le mie mani stessero assorbendo la vita di quel pulcino"

Il racconto si apre direttamente sull'evento scatenante della vicenda, con un'immagine molto forte: il corpo del piccolo di civetta tra le mani di Maki. Si fa quindi un passo indietro, "aprendo ufficialmente" la vicenda con un breve antefatto che introduce il personaggio della ragazza tramite un tema importante della vicenda: quello del cibo. Da qui lo sviluppo cronologico del racconto è lineare, scandito dai giorni della settimana che seguono quel primo lunedì in cui tutto ha inizio.



Diversi sono i temi che impregnano profondamente questo breve racconto, supportati da una solida simbologia e magistralmente legati a doppio filo a tutti gli altri aspetti della vicenda. Proverò, qui, a trattarne qualcuno. Chiunque abbia avuto il piacere di leggere altri racconti di Igarashi si sarà accorto di come il cibo abbia quasi sempre una sua parte, più o meno importante, nelle sue storie. In Spirit in the Sky esso è un elemento fondamentale, al quale si lega il carattere di Maki, nel suo passato come nel suo presente. Nella sequenza ornirica in cui la ragazza viene soccorsa da Miyoko apprendiamo di come il padre sia morto in un incidente provocato da un'auto che, uscendo di strada, ha investito lui e la sua bancarella:

"Mio padre morì bruciato insieme alla sua bancarella.
In quel momento...
...oltre all'odore di bruciato, sentii un profumo misto di condimenti, verdure e carne...
...e mi brontolò la pancia.

-Scusami papà, perchè sono una figlia irrispettosa-

Da quella volta, quando vedo un cadavere mi viene fame."




Da questo passaggio si può trarre una sensazione di grottesco, di inquietante, dal tema del cibo; Maki stessa pensa che lo spirito della civetta sia adirato con lei per essersi chiesta che gusto potesse avere il corpo del pennuto. Eppure questo è solo un aspetto, una faccia, della questione. Il cibo è anche vita, come testimonia un altro importante evento del passato di Maki:

"Fu quando morì mia madre.
[...]
-Ascolta, Maki!
Hai fame...
...perchè il tuo corpo desidera vivere."

Il cibo è anche espressione del desiderio di vivere, non a caso Maki lavora in un ristorante e non a caso, quando "parla" con il padre (quasi in una sorta di preghiera) è seduta a tavola e gli descrive cosa ha preparato.
C'è, infine, qualcosa di sacro nel cibo, il rito di per estrarre lo spirito della civetta dal corpo di Maki si apre con un'offerta di cibo "in onore dello spirito, e per aumentare la resistenza contro di esso".

Un altro tema centrale della vicenda è il rapporto tra il corpo e lo spirito.

"lo spirito che ha preso possesso di te, nascondendosi nelle profondità del tuo corpo"

E' interessante notare come lo spirito sia qualcosa di profondamente reale, addirittura tangibile nella sua capacità di dare forma alla materia e di cambiarla radicalmente, come per il corpo di Miyoko, fusione della forma umana della ragazza e di quella canina di Rookie. Anzi, a ben vedere la componente canina, espressione dello spirito di Rookie, sembra prevalere su quella umana della ragazza (salvo poi notare quanto armonicamente le due forme si fondano, basti osservare la scena in cui Miyoko si toglie il mantello mostrando per la prima volta il suo corpo). In tutti i racconti di Igarashi emerge una componente profondamente spirituale del mondo che non si limita a riempire le zone buie tra coscienza ed immaginazione, ma costituisce, non meno della materia e dell'esperienza, la sostanza di tutte le cose. Lo spirito della civetta deve emergere alla superficie del corpo di Maki per poter essere estratto, lo spirito di Maki deve essere salvaguadato da una sua possibile estrazione involontaria dal corpo sigillando la sua bocca con una farfalla, animale che, fin dai tempi antichi, è considerato incarnazione delle anime.Il simbolo non è il puro prodotto di un'idea, l'anima non è pura emozione e questo emerge prepotentemente confrontando il "grumo di forti sentimenti" del padre di Maki, con la loro insistenza ossessiva, e il ricordo che la ragazza ha di lui, nel periodo in cui è morta sua madre.

Esiste un'ultima tematica a cui vorrei soltanto accennare, sia perchè tra le più profondamente radicate nelle opere di questo autore e per esaurirla ci sarebbe forse bisogno di un testo a sé, sia perchè personalmente trovo parecchie difficoltà ad esprimerla in maniera chiara e incisiva. Osserviamo da vicino la storia di Miyoko:

"Il mio animo che contava totalmente su Rookie...
...e il suo spirito che cercava di proteggermi...
...si attirarono a vicenda...
...così Rookie si impossessò di me...
-Io ora...
...rappresento la fine che fa chi è rimasto posseduto.
Avere un corpo come questo è molto difficile>>.
---sento che non avrò più molto da vivere...---
-Ma questo è il risultato di ciò che io e Rookie abbiamo desiderato...-"

Alla luce di questo passaggio, dove sentimenti positivi portati all'eccesso producono effetti negativi, il fatto che Miyoko ponga comunque come condizione, al suo aiuto nella rimozione dello spirito della civetta, l'assenso di Maki da una sfumatura alla frase "questo è il risultato di ciò che io e Rookie abbiamo desiderato" che non è di semplice fatalità o rassegnazione. Mi rendo conto che quanto detto sia poco chiaro... o forse è così tremendamente scontato da essere difficile da esprimere con chiarezza, ma nella visione della vita che gli scritti di questo autore trasmettono la dicotomia tra bene e male emerge, non nell'ottica di chi è libero di scegliere per l'uno o per l'altro in quanto fautore ultimo della loro determinazione, né come forze tra le quali si trova in bilico ogni aspetto del mondo, ma in quanto elementi che stanno alla realtà come lo spirito, nella forma e nell'espressione viste sopra, sta alla materia.

Tutto questo si sposa in maniera perfetta con le immagini che Igarashi compone, mai estetizzate ma sempre assolutamente coerenti con il racconto, armonicamente espresse da una linea sporca e da figure bilanciate tra il naturalistico e il grottesco (non caricaturale).






I.G.
Ho conosciuto questo autore solo di recente. L'ho trovato subito molto interessante. Trovo che talvolta il suo stile risulti un po' acerbo, sinceramente non saprei dire se è voluto, anche perché la qualità degli sfondi e di certe vignette è innegabile.
La stessa cosa vale per la narrazione, molto ben gestita, un buonissimo uso delle vignette.
Igarashi usa pochissimi retini. Predilige il pennino, anche se è difficile stabilire quale. Forse dev'essere il maru-pen, oppure il g-pen, i quali hanno una punta sottile e medio-sottile. Il segno molto grezzo, il tratteggio per nulla minuzioso, anzi piuttosto "tirato via". Tuttavia in questo caso non me la sento di reputarlo un difetto, anzi sembra proprio che questo aspetto accentui il grottesco intrinseco nelle storie e nei disegni di Igarashi; alla fine una certa "carenza" grafica è perfettamente controbilanciabile con il resto, che permette di godersi ugualmente l'opera e credo che questo sia un grande punto di forza.
Certo non si può assolutamente dire che le tavole siano vuote.
Sono, anzi, ricche di segni, di particolari, basti vedere gli sfondi, alcune splash pages, ma anche i primi piani, con un particolare modo di fare i capelli che riprende il tratteggio molto sapientemente.
Le inquadrature sono qualcosa di eccezionale. Io adoro le inquadrature cinematografiche e Igarashi, così come Urasawa e Inio, le usano perfettamente. Il bilanciamento dello spazio non viene mai lasciato al caso, e le sequenze hanno la giusta velocità, le pause sono messe nel punto giusto.
A proposito delle vignette provviste di tachikiri (vignette fino a bordo pagina), Igarashi, in verità ne usa poche, rispetto alla media degli altri autori. Li usa in punti precisi e in questo modo, non abusandone, è possibile rendersi conto di quali vignette sono veramente importanti, perché è proprio lì che la differenza si nota; non usa una gabbia stretta, anzi, si avvicina sempre molto al bordo della pagina, ricordandomi più i lavori più occidentali che quelli del mercato giapponese medio.



FOCUS ON: vignetta1 pagina 38



M.P.
Nella posa e nelle parole di Miyoko risiede tutta la fisicità, quasi tangibile, del personaggio. Le linee grottesche eppure armoniche del corpo adagiato per terra, in una posa sdraiata a metà tra quella di un cane e di un essere umano, rappresentano in maniera fortemente espressiva la condizione di Miyoko. Il suo scusarsi per le condizioni in cui si presenta, esprime perfettamente il senso di un disagio ricorrente. E' in questa gestualità, nel suo muoversi alle volte a quattro zampe, alle volte con l'ausilio di un bastone, che si esprime tutta la "naturalità" del ritratto che Igarashi fa di questo personaggio.

I.G.
È forse la mia vignetta preferita di tutta la storia. Ho trovato questa immagine magnifica, perché ti "spaventa", ma lo fa con una grande tranquillità.
Questa, è una vignetta sulla pagina di destra. Ciò accentua l'effetto sorpresa della scena, in quanto, è la prima vignetta che si nota non appena si volta la pagina. (ricordo che la lettura è giapponese)
Sebbene la maggior parte dei fumetti giapponesi utilizzi le linee cinetiche, qui non ce ne sono. In verità, ce ne sono eccome, ma sono fuse con il tratteggio, una tecnica un po' più "velata", ma che se realizzata bene come in questo caso, funziona alla grande. Interessantissima la posa della ragazza, molto ben studiata. Vorrei richiamare l'attenzione su quanto detto precedentemente sullo stile di Igarashi e provare ad analizzare come questa posa funzioni, dimostrando che Igarashi in verità è piuttosto preparato ad affrontare pose di questa complicatezza.
Il retino ha un ruolo secondario, quasi. Stavolta non funge affatto come ombreggiatura vera e propria, ma piuttosto come una semplice texture, in quanto il resto del lavoro è attuato dal tratteggio. Vorrei far notare la differenza della grandezza dei baloon.
Ho cancellato il testo, lo faremo sempre per evitare spoiler ulteriori, ma posso dire che il motivo per cui le vignette sono così diverse è il contenuto. La prima, più piccola, contiene una semplice esclamazione di relativa importanza. La seconda è il primo dialogo che si associa al personaggio ed è decisamente più importante.
Un'altra cosa che vorrei far notare è la tinta piatta dei capelli, tuttavia alternata a dei piccoli colpi di luce sull'estremità superiore, che sono le ombre della ringhiera della finestra: dei piccoli tocchi di classe.

C'è ancora un particolare relativo alla disposizione spaziale della figura.



È centrale, ma il fulcro dell'immagine è a destra, sulla linea che divide esattamente in tre parti uguali la vignetta. È un espediente molto usato in grafica, fumettistica e cinema, ma non a tutti è riconoscibile.
C'è un motivo, probabilmente, per il quale la figura è rivolta a destra e non a sinistra. C'è un'intenzione di far notare prima l'aspetto umano che quello animale; se la figura fosse stata rivolta dall'altra parte, il lettore avrebbe pensato ad un cane con il busto e volto umani, mentre in questo caso la sensazione è quella di un'umana con un corpo animale, sensazione che si può percepire inconsciamente in maniera più negativa che nel primo caso, conoscendo la storia.
Ponendo come fulcro il viso (cosa che l'occhio umano fa d'istinto perché vi riconosce sé stesso) e mettendolo a destra, non appena si volta pagina lo si nota, per poi proseguire verso sinistra analizzando tutta la figura, fino a finire sulle zampe canine, che si contrappongono anche verticalmente, sebbene in maniera meno evidente, al lungo collo della ragazza.
La coda in movimento, elemento a parte ed escluso da questo privilegio spaziale, è evidenziata saggiamente dall'onomatopea "flap" che dona, per altro, carattere alla postura.
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giovedì 20 gennaio 2011

I Custodi Del Maser



M.P.

I Custodi del Maser è una storia di fantascienza che mescola elementi classici del genere ad un worldbuilding più ricco di quanto possa apparire in un primo momento. Si compone di sei volumi in formato cartonato che ben si adatta alle ricchezza delle immagini.
La storia si sviluppa in meniera lineare, aprendosi nel mezzo della riceca di Zerit del Maser, una torre perduta di importanza fondamentale per il futuro dell'umanità. Incontriamo subito Fango, che Zerit, suo malgrado, coinvolge nell'avventura, e Ciro, un robot-lettore che assolve bene al suo compito narrativo di spalla del protagonista... o per meglio dire: dei protagonisti. Infatti i personaggi chiave della vicenda lungo tutto il corso della sua evoluzione sono almeno quattro. Già nei suoi primi atti alle peripezie di Fango e Zerit, si aggiunge la narrazione di Erha, che parte alla ricerca del padre (Zerit) e i cui sogni premonitori alludono fin da subito alla sua importanza nella storia. Il quarto personaggio chiave del racconto lo si incontra solo a circa metà della narrazione totale, cionondimeno la silenziosa Tyta avrà un ruolo di primo piano in quelli che saranno gli ultimi nodi della storia. Per quanto la narrazione de "I Custodi" sia corale, è possibile notare come punto di vista privilegiato sia quello di Fango, dato che la vicenda si apre con il suo ingresso in essa e l'ultimo capitolo della stessa viene raccontato con le sue parole, tramite il diario che tiene durante il suo soggiorno nel VIllaggio Perduto. Il ritmo è incalzante, per quanto i volumi possano sembrare corti non si ha la sensazione che parti della narrazione siano troppo stringate per necessità di spazio o che ci siano elisioni di discutibile rilevanza, anche per questo un sunto completo della vicenda richiederebbe di trattare eventi troppo succosi per poter essere spoilerati. Ci sono, invero, un paio di punti, durante il racconto, che mi sarebbe piaciuto vedere arricchiti, in particolare durante la narrazione degli eventi conclusivi avrei davvero gradito almeno un piccolo riferimento alla figura di Danheel...insomma una lacrimuccia mancata...
Come già accennato il mondo de "I custodi del Maser" è più ricco di quanto possa sembrare di primo acchito: oltre a figure che richiamano la mitologia classica (anche se, di solito, appartente al genere fantastico) come i nani, reinterpretati da Frezzato in chiave coerente con la sua ambientazione, e ad altri popoli di fattezze umane, come gli Ego, la vicenda è attivamente animata da creature di tutti i tipi: dai grossi Yok, ai topi schifosi, dagli acari e le mosche-ragno, ai Daesum. Notevole sono anche le sezioni di approfondimento che riguardano alcune di queste creature presenti al termine del secondo volume.


Un altro elemento di notevole interesse narrativo è la composizione squisitamente fumettistica, anche se non necessariamente innovativa, di alcune tavole, quale quella in cui Fango narra ciò che sta succedendo a Zerit, nel suo tentativo di fuga dai nani, tamite visioni fugaci catturate con il trinocolo, oppure quella che narra l'entrata di Fango, Erha e Zerit nella torre del Maser, o ancora le due tavole in cui viene raccontata la vita dei sopravvissuti nel Villaggio Perduto che si aprono con una scena continua ma narrativamente divisa in due. Insomma diverse sono le soluzioni con le quali Frezzato dà prova di essere un buon narratore, oltre che un eccellente artista. Dal punto di vista visivo, infatti, i suoi acrilici (spero davvero di non sbagliarmi riguardo alla tecnica) sono ricchissimi e potenti nel descrivere gli ambienti in ogni loro atmosferico dettaglio, e anche quando passa alla colorazione digitale quasta sua ricchezza non viene sminuita, anche se, forse, un po' "pulita". Notevole è, poi, l'espressività dei personaggi; trovo, personalmente, impagabili le espressioni di Fango e la faccia che Erha fa mentre Fango e Zerit battibeccano durante la loro reclusione presso l'isola dei nani.
Come al solito per dire poche cose mi sono dilungato in abbondanti parole, in definitiva, i Custodi del Maser è una lettura davvero piacevole, che consiglio caldamente.

I.G.
Frezzato è uno dei miei autori preferiti. Mischia sapientemente diverse influenze, anche il manga. Dice di ispirarsi a Miyazaki, ma non troppo.
Beh, molte scene hanno effettivamente un non so ché di Miyazakiano.
La tecnica di Max sfiora praticamente la perfezione: Con una base ad acrilico sia diluito (soprattutto negli studi) che molto denso, ripassa i contorni a inchiostro (può darsi anche pennarellino) e rifinisce con grafite e qualche volta pastelli.


Una cosa che mi ha colpito è che usa la graphite per ombreggiare anche la pelle: potrebbe sembrare strano utilizzare ombre così poco saturate, ma lui ci riesce pienamente; attraverso dei piccoli ghirigori riesce a costruire sfumature visibili solo da lontano, un po' come il lavoro degli impressionisti, che giocavano sulla grandezza del formato.
I suoi personaggi vantano una forte espressività e un eccezionale chara design. (adeguatamente spiegato a fine volume)
Trovo che Frezzato sia molto bravo a rappresentare gli uomini e gli anziani (come Miyazaki, tra l'altro) e si diverta anche molto a disegnarli, vedo nei suoi vecchietti molta spontaneità, è uno di quei soggetti che quando li disegni ti basta mettere una linea qui e una là senza pensarci troppo e viene fuori esattamente quello che volevi. Non vedo la stessa spontaneità nelle ragazze, penso che sia perché gli è più difficile trovare referenze in tempo reale. Difatti, in molte vignette, le ragazze cambiano completamente volto, Maraa Kamé è una delle più "trasformiste" della serie, insieme a Tyta ed Erha.
Trovo interessante il modo di delineare le vignette, che si limita solo al vuoto. Senza bordi, senza nulla, scelta possibile solo per una pagina a colori e piena come quelle che disegna lui.
La disposizione delle vignette è ben gestita, Frezzato ha ben capito il valore della grandezza delle vignette: nelle scene più veloci, utilizza uno schema molto fitto, per sottolineare la frenesia, quando non si deve capire cosa succede, lui imposta bene la pagina purché così accada.


Ho notato che predilige molto le sequenze cinematografiche e in particolare, le sequenze di due o tre vignette ripetute che mantiene lo stesso fondale e la stessa inquadratura, un po' come nei fumetti a strisce o a gag.
Tuttavia, ci sono momenti che necessitano di più "importanza" a cui, però non ne dedica abbastanza, purtroppo. Certe scene risultano poco dinamiche, un difetto che molti fumetti occidentali possiedono.
Adoro la scelta dei baloon disegnati a mano, a mio parere i bordi irregolari conferiscono loro più personalità.
Personalità che è però smorzata un pochetto dalle onomatopee al computer, di una bruttezza abbastanza evidente, almeno, per quanto riguarda quelli realizzati al computer nel numero 5.
Credo che nonostante qualche difetto (che abbiamo tutti), Frezzato sia uno dei migliori fumettisti italiani conosciuti a livello globale.
Più all'estero che da noi, a dire la verità.
E questo sì che è un grande peccato.
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domenica 28 novembre 2010

Waterbreather.



M.P.

Waterbreather di Brian Wood e Becky Cloonan, 4o episodio del secondo volume di DEMO si presenta come una storia semplice ma di grande effetto. La struttura narrativa è ciclica e senza fronzoli, con un preambolo e una chiusura al presente nel cui mezzo si sviluppa la vicenda vera e propria ambientata nel passato; è tuttavia notevole l'equilibrio delle tre parti. L'inizio è dominato dal senso di oppressione e a farla da padroni sono il rumore del traffico e la calura della strada, può quasi non sembrare così strano che qualcuno esca dalla propria auto e si getti nel fiume di sotto. Quasi.

Comunque trovo che nell'economia del prologo le quattro pagine che lo costituiscono abbiano una semplicità e un'eleganza che potrebbero far pensare ad un episodio a sé. Anche il concetto al centro della vicenda è piuttosto semplice: Colin, il protagonista, è un ragazzo che, in un'estate come altre, scopre di poter respirare sott'acqua. Data la presenza di bulli che lo prendono di mira nel campo estivo dove si trova con la sua famiglia, Colin sfrutta questa sua capacità per prendersi una rivincita. Se la storia si risolvesse solo in questo gli ottimi disegni e sopratutto ottimi inchiostri con cui è realizzata, nonchè il ritmo ben calibrato della narrazione, la renderebbero una lettura interessante, ma, probabilmente, non mi spingerebbero ad una seconda lettura. Invece c'è un elemento chiave della vicenda che rende la visione degli eventi, narrata in prima persona, decisamente più interessante e che può essere riassunta nel passaggio in cui Colin, tornando in superficie per la prima volta dopo aver scoperto di poter respirare sott'acqua, dice:

[...] breathing air again felt thin and insubstatial. Like I wasn't getting... enought.
That feeling would stick to me.




La capacità di Colin non è un bizzarro evento soprannaturale, un dono o un incidente, ma è parte della natura del personaggio. A questo bisogna unire un ambiente caratterizzato da una quotidianità rappresentata da più ombre che luci come lo stesso protagonista la descrive: Colin, infatti, parla del campo estivo come di un luogo squallido, "[a] shithole [...] just a slightly worse version of what we had at home". Solo quando il ragazzo si trova sott'acqua l'ambiente assume una connotazione positiva (molto bella la scena di pagina 15, in cui Colin cammina sott'acqua)
Questo fatto permette di comprendere maggiormente gli sforzi che Colin compie per comprendere la natura della sua capacità e mette a fuoco come, la vendetta contro i bulli sia per lui solo una questione di pareggiare i conti, ma un modo di mostrare quale sia il suo posto nel mondo. Non a caso la vicenda si conclude con Colin che, ammanettandosi ad un relitto sul fondo del fiume, afferma:

i'll never understand why this happened to me.
But despite the tragedy and the heartache, it's still the only time i've ever been so happy.
Between life and death.

Oltre quanto menzionato nelle righe precedenti sul fronte delle immagini, vorrei aggiungere che trovo lo stile di waterbreather fresco e ben calibrato nei suoi bianchi e neri, dotato di un'ottima composizione sia a livello di tavola che a livello di singole vignette. In particolare mi sono piaciuti gli effetti sottomarini, caratterizzati da bolle grandi e dense che sottolineano una volta di più il connubio tra il respiro e l'acqua



I. G.

Waterbreather è un fumetto in bianco e nero, come si può ben notare. Senza sfumature, senza troppi tratteggi.
Inchiostrato a pennello in maniera pulita ed efficace, a tratto medio-spesso. Le campiture di nero si riducono al minimo indispensabile per garantire un senso di profondità, ma mai esagerando sui neri, mai dando un'aspetto grottesco dove non serve.



Becky fa parte di quel genere di fumettisti che mischia manga al fumetto occidentale, lo si può vedere dalla sintesi applicata ai suoi personaggi (nonché l'uso, ma non l'abuso di neri, come è stato detto poco fa) e in generale del suo approccio al fumetto. Trovo interessante che dai suoi disegni esca un'atmosfera mista tra fumetto manga, underground con qualche spruzzata di supereroistico grazie al mix tra neri piatti e colori; mi ricorda un po' il tratto di HamletMachine, un'artista di fumetti yaoi piuttosto famosa/o in web. (Starfighter)

Se l'influenza manga si può notare nel tratto, non la si può trovare però nell'impostazione della tavola in generale e nella distribuzione nella narrazione, le quali sono assolutamente occidentali, ma a mio parere piuttosto efficaci. Le scene si susseguono con la giusta velocità, grazie al buon uso dei tagli orizzontali e delle inquadrature. Mi piace particolarmente la ciclicità che contraddistingue la vicenda, è un tipo di regia molto d'effetto (e anche molto cinematografico).

Questo fumetto è riuscito anche a trasportarmi abbastanza bene emotivamente, nonostante io sia abituata alla narrazione e all'umacentrismo tipico del fumetto giapponese e trovi generalmente un po' freddo il tipico protagonista del fumetto occidentale.
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